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L'anno scorso (una storia che dovevo raccontare da un po') [Jun. 2nd, 2005|01:03 pm]
[mood | (ri)sveglio]
[music |"Lampo viaggiatore" - Ivano Fossati]

"...che sono sveglio da più di un'ora anche se giorno non è. Che passano gli orsi in bicicletta e vanno a lavorare; scende la luna al versante suo per andarsi a riparare..."*

È l'anno scorso. Lo so perché è venerdì e sono nel solito bar a fare colazione prima che inizi la giornata più delirante della settimana. C'è il bancone con i lieviti fumanti, una nevicata generosa di zucchero a velo per coprire le bruciacchiature del forno troppo caldo. È l'anno scorso perché ho la testa altrove, ho sempre sonno e 'stamattina c'è voluta una canzone in più sotto la doccia per svegliarmi. È venerdì perché chiedo caffecornetto in automatico, il miele bollente che cola fuori dalla pasta integrale, sul tovagliolo di carta. È un venerdì della scorsa primavera perché mi volto a destra e a un metro da me ci sei tu che come ogni venerdì fai colazione. E come ogni venerdì cerco le parole da dire e non le trovo. Nel bar a quest'ora non c'è praticamente nessuno tranne qualche turista mattiniero in attesa del pullman che gli racconterà quello che che vuole sentirsi raccontare di questa mia meravigliosa città. Alla vostra destra... Roma 'sparita' è una cazzata. Roma sparisce quando vuole lei. Ritrosia consapevole. Schermaglie da gran signora. Mica come una qualsiasi sciacquetta di provincia con l'unico monumento: l'unico vestito buono. Nel bar non c'è quasi nessuno, a quest'ora. A quest'ora il barista non chiede neanche. Poggia davanti il caffé nel bicchierino di vetro. A quest'ora si ha poca voglia di parlare ché i sogni stanno ancora intrappolati nell'odore di letto sotto la camicia; tra i capelli. Eppure vorrei chiederti un sacco di cose. Le stesse che a un anno di distanza non dimentico. Chiederti l'anno scorso chiederti del tuo cappuccino e della tortina alla frutta. Chiederti l'anno scorso chiederti della felpa nera e del perché mi guardi nel riflesso dello specchio per un secondo di quelli al ralenti come gli istanti iniziali di un guaio. Chiedere al riflesso dello specchio chiedergli dei tuoi occhi gonfissimi e rossi ogni venerdì dello scorso anno. Ogni venerdì di domani che è lo scorso anno: lo so perché l'anno scorso mi stupisce ancora sorprendermi a non saper maneggiare il dolore altrui, quello tuo che sgocciola sulla tortina alla frutta e si spegne inghiottito in un sorso di cappuccino: uguale ogni venerdì uguale a se stesso.
È l'anno scorso perché riconosco la tua rassegnazione che sfocia nel deridersi, è l'anno scorso perché è simile e vicina nel tempo alla mia quando mi arrivava una fitta tremenda in macchina, l'autoradio e una voce che snocciola le notizie dell'anno scorso, chiuso in macchina, spento fino al prossimo semaforo a costringermi a guardare il cielo dell'anno scorso. Il cielo di ogni venerdì in cui ti passo oltre/accanto vado alla cassa quanto le devo? paga tutto? tutto. anche gli occhi puntati sulla nuca? anche quelli. Gonfi e rossi. Pago tutto ma mi lasci uscire che non è ancora l'anno prossimo è venerdì devo andare: la macchina | l'autoradio | siamo in onda | chi c'è ospite? | come vanno gli ascolti? | Come va con il dolore altrui? Manca un anno e poi capisco. Manca un anno e poi imparo a fermarmi. È venerdì e mi fermo senza passarti oltre. Alla vostra destra... "Sai che vengo dall'anno prossimo?"

"È la fine della notte, il desiderio cammina da solo e nessuno dovrebbe mai, nessuno dovrebbe scriverci canzoni e canzoni..."*

[* Ivano Fossati]
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Coazioni Ossessive di Lieve Entità [May. 25th, 2005|09:28 pm]
[mood | sbalordito]
[music |"Music for airports" - Brian Eno]

Ann-Marie Macdonald

"Come vola il corvo" è un romanzo di Ann-Marie Macdonald. Un romanzo che inizia durante l'estate del 1962, in Canada. Corsa allo spazio, transfughi russi e tedeschi. Nazismo e servizi segreti. I missili di Cuba, gli U-boat. E poi le pubblicità, i Looney Toons, una generazione che ha conquistato la pace e torna a casa e mette su famiglia ("Il sole spuntò dopo la guerra e il nostro mondo passò al Technicolor. A tutti venne la stessa idea. Sposiamoci. Mettiamo su famiglia. Diamo il buon esempio"). Disperatamente ingenua, con un buon senso foraggiato a forza di articoli di giornali e notiziari che dispensano informazione precotta: il tempo medio necessario alla preparazione di un pasto veloce. La durata media di un inning. Al centro di tutto, la famiglia di Jack McCarthy, ex pilota ma ancora in servizio nell'areonautica militare, sposato alla bella e curatissima Mimi, acadiana che odora di Chanel e tabacco al mentolo. Mike, il figlio maggiore, che sogna gli aerei e idolatra il padre e, soprattutto, lei: Madeleine. Una bambina la cui coscienza ha la voce di Bugs Bunny. Che vuole fare l'attrice. Vuole arrivare all'Ed Sullivan show. Una bambina strana che pensa in modo strano come tanti bambini, che scopre un segreto sulla propria pelle. Perché quando si è piccoli i segreti si scoprono sempre sulla propria pelle.
"Come vola il corvo" è un romanzo che è un'impresa nel suo voler raccontare una storia anche e soprattutto attraverso l'epoca in cui è ambientata e non solo tramite il contesto 'fisico' che fa da scenario. Le dinamiche e i comportamenti perfettamente rispondenti allo 'spirito dei tempi', le relazioni tra i personaggi subordinate alle convenzioni sociali di un paese in crescita, filtrate dalla surreale quotidianità di una base militare. Party che sconfinano in digressioni sui politici visti da un gruppo di membri dell'esercito, villette familiari in cui tutti credono di controllare e fidarsi del controllo di tutti. Sbagliando. E ancora. Il rancore sordo, privo di 'mezzi' adeguati di analisi, di un uomo in divisa davanti agli ordini e alle -inevitabili- storture del codice militare. Un uomo che crolla e mente proprio in virtù -per colpa- della giustizia che rappresenta. Una moglie, perfetto idealtipico ritratto della donna dell'epoca, che ingurgita silenzi e nasconde sotto il lavello i vestiti smessi con cui fa le pulizie di casa. La storia che si trascina fino ai giorni nostri, con il carico di omissioni e problemi non risolti, sotto forma di una sorta di cecità crepuscolare che lascia tornare a galla ombre e ricordi mai (mal) riposti.
Su tutto, la scrittura formidabile della Macdonald. Asciutta senza essere arida, immaginifica senza perdere l'utilità della metafora fantasiosa. Ostinata e femminile, incastra elementi e quadra i conti procedendo per strati spessi e densi. Con l'attenzione quasi onirica delle coazioni ossessive (evita tutti gli interstizi tra le mattonelle, infilza sempre tre rigatoni alla volta con la forchetta, chiudi l'acqua fredda prima della calda), quando la meticolosità apparentemente immotivata diventa una sorta di mantra che da il senso dell'universo raccontato.
E della storia (delle storie) che diventano letteratura.

("Trent'anni o poco più, il momento della verità esistenziale, quando cominci a renderti conto che non tutti quelli con cui hai lavorato sono dei geni, che alcuni sono "matti come cavalli" e altri hanno semplicemente un problema di fondo, che le persone che hai trovato sexy per la loro tristezza sono solo depresse, che la depressione è rabbia furiosa al rallentatore e le manie dolore accelerato. La prima grande cernita")
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Il Campione di Pigneto [May. 17th, 2005|11:00 pm]
[mood | soddisfatto]
[music |Turin Brakes - "Jackinabottle"]



"Che aspetti? Fallo. Dai!"
Non sarò mai un buon giocatore di scacchi. Non studio e tendo a sostituire la crudeltà violenta alla geometria. Infatti lui, quello che prontamente ribattezziamo 'Il Campione di Pigneto', porta avanti l'alfiere. La torre la lascia a languire dall'altro lato della scacchiera.
Il Campione di Pigneto è seduto da quando abbiamo preso la prima birra. C'è un unico tavolo davanti il "Vini e Oli" e sul tavolo il quadrato bianco e nero. Accanto, l'orologio per gli scacchi [*]. Gli avversari si susseguono sull'altra sedia. "Chi vince resta", come a biliardino. Il Campione di Pigneto credo sia pakistano. Ha già sconfitto nell'ordine: una ragazza che ha giocato con lo zaino in spalla (pronta ad andarsene?), un paio di tipi fatti fuori in una decina di minuti, un tizio che gli ha stretto la mano. Ora è il turno di uno di quelli che si spazientiscono. Commette delle cazzate che commenta ad alta voce. Le accompagno con un "...no.." sottovoce anche io, che non sono certo un esperto. Il Campione di Pigneto mi guarda. Credo che abbia capito che spero nella mattanza. E' più forte di me: voglio vedere il sangue. Mi piace la crudeltà violenta degli scacchi: l'ho già detto. Spostare i pezzi in avanti in modo provocatorio come negli istanti prima della rissa: il primo cazzotto è solo un dettaglio. Sorride, il Campione di Pigneto. Io ricambio, implorante. L'altro, l'avversario, è troppo preso dall'aver perso cavallo e alfiere in tre mosse. Parla da solo. E' fatta: ora muove la torre. Muovila. An-nien-ta-lo. Il Campione di Pigneto solleva la mano. Fa una specie di conta da bambini con l'indice sospeso sui pezzi. Eddai... "Il-dott-to-re-siam-ma-lò..." e muove il re. Non trattengo un "..grande!.." che mi sfugge di bocca. Lui mi strizza l'occhio e alza il pollice. Il resto è una disfatta davanti a un esercito di due elementi. Sovrano e vassallo, il pedone, tenuto d'occhio dall'alfiere. La torre arriva solo sul finale. Si porta via le macerie. Il Campione di Pigneto continua a debellare avventori; ce ne andiamo sulle prime mosse di una partita che si annuncia combattuta. Conosco l'avversario, è antipatico e poi voglio conservarmi l'idea di questo ragazzo pakistano imbattibile, che poggia in terra le birre che gli offrono con un gesto di una classe tutta sua. Stile imparato chissà dove. Inizia a piovere. E rinforzo la mia convinzione che per certe persone, può esserci un modo bellissimo di vincere, oltre che di perdere.
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Abbiamo (quasi) finito [May. 11th, 2005|01:57 am]
[mood | shhhhh...]
[music |Beach Boys - "God only knows"]



Abbiamo quasi finito
non è vero
...vedi? è questo frammento qui, l'ultimo, che non vuole venir via. Sono tre pezzi concatenati. Non puoi toglierlo senza che si porti dietro gli altri.
uhmpf...
fa male, lo so.
No, bello. Non sai proprio un bel niente tu.
Provo a dare uno strattone più forte, occhei? Dimmi sì o no facendo un cenno col dito.
Potessi ti farei il gesto dell'ombrello. Mi limito a oscillare orizzontalmente l'indice.
Sì, hai ragione. Forse è meglio proseguire un po' alla volta.
Ecco. Meglio.
Certo -ride, il sadico- certo che ne avevi di ricordi...Ma come hai fatto tutti questi anni?
Come ho fatto? Ho resistito. Li ho tenuti dentro di me pensando che fosse l'unico posto per conservarli. Belli e brutti insieme. Senza realizzare che potessero essere separati. Che quelli brutti potessero essere contenuti in qualcosa di diverso dallo spazio immediatamente sotto lo sterno.
Ehi! eccone un altro! Questo è scurissimo.
Avevo tre anni. E' lì da quasi ventisette. Vorrei vedere te. Chiuso al buio e rimestato solo nelle occasioni migliori.
Nel vasetto sterile non c'entrano quasi più...

Passa ancora una mezz'ora. Il chirurgo solleva le mani imbrattate di nero viscoso.

Abbiamo finito.
Niente 'quasi', 'stavolta. E' finita. Toglie i guanti e rimuove un'etichetta da un foglio dove ce ne sono nove. Le ho contate al volo: tre per tre. L'anestesia locale non mi ha annebbiato del tutto. Sistema con cura il rettangolo bianco sul contenitore di vetro, attento a non lasciare neanche una minima gibbosità.
Voilat. Data...paziente...numero dei ricordi contenuto...vuoi che ci scriva qualcos'altro?
Sì. "Pace".


[l'illstrazione è di Michel Gagné]
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cose che (non) bisognerebbe sapere [May. 4th, 2005|11:49 am]
[mood | pensierosetto]
[music |"Manhattan Skyline" - A-ha]



[premessa partendo dal fondo: prima o poi la smetto di difendere i nuovi narratori americani, la smetto di dire Foster Wallace è un genio, la Homes ha un talento che fa schifo, Eggers c'ha più palle di tutti, soprattutto di quelli che lo criticano e usano 'cazzo' come intercalare nelle cose che scrivono (a me viene in mente quel capitolo del "Giovane Holden" quando lui si preoccupa -guardare un metro oltre, ma l'avete mai davvero letto Baricco che 'spiega' Salinger?- dicevo, quando lui si preoccupa del fatto che la vecchia Phoebe possa andare al museo e leggere quella parola..vabbè, insomma). Prima o poi la smetto, impazzisco e inizio a regalare copie di "Verso Occidente l'Impero dirige..", di "Jack" e buonanotte (Eggers no, tanto è una guerra persa: è come convincere qualcuno che il più fico della scuola ascolta Cage e ha tentato tre volte il suicidio. Non ti crederanno mai. Deve pagarla, il bastardo. Che poi -subpremessa- pensavo che cose del genere sono quelle che ti fregano davvero nella vita: l'evidenza che siamo -occhei: quasi tutti- persone, altro che un concentrato di luoghi comuni sintetizzabili in profili comportamentali. Che i veri stronzi li scovi più facilmente tra quelli con l'aria sfigata perché hanno una cosa che manca agli altri, una roba che può renderti spietato: il senso di rivalsa. Fine della subpremessa). Prima o poi -dicevo- la smetto di difendere i NNA e -prima o poi- trovo una spiegazione al fatto che le ultime due uscite con il bilinkato e la donna che ribattezzerei Kinch finiscono con discorsi sul matrimonio e sulla coppia (tranne quando sproloquio su SATC come simbolo della decadenza della figura femminile occidentale, perdonatemi). Prima o poi forse riesco a evitare un fenomeno strano ("disprassia visiva" credo sia una definizione tanto assurda da risultare possibile) che mi porta, come conseguenza ultima, a concentrarmi su un dettaglio e a 'leggere' quello che sto ascoltando/osservando, ultilizzandolo (il dettaglio) come chiave di interpretazione. Risultato: collego cose che non avrebbero nessuna (?) attinenza e deraglio pesantemente verso conclusioni improbabili (ieri: la monocromia nel vestire è sintomo di mancanza di confidenza col proprio corpo -?-). Prima o poi la smetto anche di fare sempre premesse chilometriche. Soprattutto quando scrivo.]

A.M. Homes ha uno sguardo inquietantissimo. Tanto è morbida e rassicurante fisicamente, così gli occhi minuscoli e celesti sembrano quelli di una che pianterebbe un coltello nello sterno con un gesto rapido e preciso. La vittima non proverebbe dolore, piuttosto la sensazione spiacevole di avere qualcosa che non va al centro del petto. Sommariamente, è l'effetto che produce la sua scrittura. Il momento del film in cui sparano e quello bersagliato dal proiettile realizza di essere stato colpito col ritardo che basta a disegnargli uno stupore un po' idiota sul volto. Oh-oh...

A.M. Homes ha anche una bambina molto bella che alla fine dell'incontro si ostina per offrire dell'acqua a tutti. Non è capace di versarla. Pretende che il travaso bottiglia-bicchiere avvenga automaticamente. Inclina entrambi e aspetta. Credo abbia preso dalla mamma)

A.M. Homes (con LaBimbaZazie decidemmo all'epoca che AM stava per AnnaMaria, in italiano nel testo) dice tra le altre cose che una delle differenze culturali tra Europa e Stati Uniti è la scarsa confidenza degli americani con il proprio passato. Le proprie origini. Non intervengo, ma avrei voluto dirle che nell'espressione artistica (letteratura inclusa) penso sia un bene. Probabilmente avrebbe risposto che abbiamo Calvino e Gadda e. Ecco, sì. Sarebbe il caso di superare, però.

A.M. Homes a un certo punto guarda se stessa nel monitor. Stanno andando le immagini del capitolo di "Scrivere NewYork" che la riguarda. Si osserva con un atteggiamento assolutamente bonario misto a una sorta di stupore nel riconoscersi; quello che si riserva a qualcuno che intuiamo di aver conosciuto anche se ci sfugge il comequando. C'è un racconto ("Vivian Relf") dell'ultima, splendida raccolta di Jonathan Lethem che parla proprio di questo. Due persone che si incontrano ripetutamente nell'arco degli anni e non riescono a dare una spiegazione all'impressione di conoscersi che hanno. Fanno tutti i tentativi di rito (scuole, quartieri, amici in comune, viaggi) eppure non ne vengono a capo. Eppure sono convinti di essersi già incontrati.

A me -confesso- succede spesso. La frase che dico, quasi senza volere, è: "ti conosco, ma non so perché" e dovrebbe farmi riflettere più di quanto non.

Il racconto di Lethem prosegue descrivendo la progressiva perdita di interesse dei due protagonisti per i reali motivi del loro riconoscersi. Lei diventa sempre più distante ad ogni nuovo incontro, lui trasforma la curiosità in ossessione. Il finale è come una puntura di insetto che si sgonfia. Il prurito, sebbene fastidioso, provoca piacere quando ci si gratta per farlo passare.
Ecco. Ho pensato che quello che scrive la Homes genera questo tipo di sensazione. In maniera riflessiva. Leggendo le cose che scrive, sbucano idee e sentimenti che sono nostri, che in qualche maniera riconosciamo. Di cui però non sapremmo dire con troppa esattezza quando li abbiamo incontrati. Accade perché gli elementi surreali della scrittura ci confondono (e sanno sorprenderci), ma anche perché parlano di debolezze e limiti che forse maneggiamo con difficoltà. Diventano luminosi per un attimo. Lo stesso che vale la pena di fermare e a cui chiedere: "noi due ci conosciamo (anche se non so -bene- perché)"


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Lurking pencils [Apr. 17th, 2005|03:56 am]
[mood | ecstatic]
[music |The Flaming Lips - "Yoshimi battles the pink robots"]

Ultimamente sto ricominciando ad alimentare due mie grandi passioni: l'illustrazione e il fumetto. Ho da sempre gusti precisi, dettati da letture e amicizie. Qualche antipatia abbastanza innata (il fumetto Marvel/DC, le cose troppo smaccatamente retrò o legate al linguaggio 'underground') e, per contro, la fortuna di alcune frequentazioni (procuratevi questo). Faccio anche qualche tentativo che, quando acquisterà qualità e dignità, salterà fuori da qualche parte. Per ora osservo e imparo. Tento di affinare quel poco -pochissimo- di tecnica che possiedo e sbircio spesso forum dove disegnatori postano sketch e lavori vari commentandosi, correggendosi e supportandosi tra loro in un clima di stima e disponibilità davvero raro (e autentico, a differenza di ambiti anche molto simili). Insomma. Oggi scovo un autore che risponde al nome di Luke Hollis. Ha postato foto di suoi quadri e ha ricevuto valanghe di commenti molto più che entusiasti. Lui risponde, con una gentilezza disarmante, che -sì- è bello ricevere complimenti da chi gli è vicino. Eppure è molto più gratificante sentirsi apprezzato da 'sconosciuti' che fanno -o vorrebbero fare- il suo stesso 'lavoro'. C'è da considerare che non tutti quelli che postano su questi forum sono dei mostri di bravura, specie se confrontati con il suo incredibile talento. Hollis però ha ringraziato tutti, senza risparmiarsi riferimenti precisi. Al di là della bellezza delle sue opere (che sono qui) mi colpisce un simile atteggiamento. Un'umiltà così credibile. L'unica -a mio parere- che, applicata all'esprimersi in ogni campo, può determinare risultati superiori alla media. A dire davvero qualcosa di nuovo. Interagendo e imparando anche ascoltando voci insospettabili.
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(no subject) [Apr. 16th, 2005|02:25 am]
[mood | exhausted]
[music |"Star star" - The Frames]



"Star Star"

Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know what's going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say the hill's to steep
Well they talk and talk forever
But they just never climb

Falling down into situations
Bringing out the best in you
You're flat on your back again
And star you're ever word I'm heeding
Can you help me to see
I'm lost in the marsh

Star star teach me how to shine shine
Teach me so I know what's going on in your mind
'Cause I don't understand these people
Who say we're all asleep
They'll toss and turn forever
But no rest will they find...
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McSweeney's [Apr. 13th, 2005|11:07 am]
[mood | excited]
[music |"La canzone del non-compleanno" - Alice in Wonderland ost]

E' arrivato, finalmente.


E a proposito di 'formidabili geni', questo è un bell'esempio di scrittura creativa.
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Who is it (?) [Apr. 11th, 2005|01:03 pm]
[mood | creative]
[music |Bjork - "Medulla"]



Stavo pensando di raccontare una cosa. Stavo pensando di raccontare la mia città e questi giorni, di spiegare perché tanta indulgenza (le 'indulgenze' studiate a scuola..) mi innervosisce. Stavo pensando a quando ho ringraziato Miguel Angel Martin per essere così spietato ('sin piedad') e puro. Stavo pensando di raccontare il mio rapporto con la Chiesa (una, santa, cattolica, apostolica) e la mia 'educazione' all'odore stantio di tonache e del frusciare di milioni di lire in rette. Pensavo di raccontare dell'empatia che provoca un corpo morente e di quella che non viene provocata da altri corpi, morenti o sofferenti che siano. continua )
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Quando guardi quelli che leggi [Apr. 6th, 2005|01:19 am]
[mood | curious]
[music |Leonard Choen]



A.M. Homes ha un viso tondo. Un viso che lascia intuire il fatto che sia grassottella. Gli occhi sono di quelli che fanno i buchi nei muri. Controllo la parete di fronte a quella dove stanno proiettando il filmato. Non pare scalfita, per ora. Jonathan Lethem invece ha un vestito scuro. Sembra uno di Scientology. Con le idee e le paranoie di Philip Dick. O uno di quelli che girano con la bibbia e ti parlano dell'amore di dio per gli uomini. Solo che al posto della bibbia c'ha "Ubik" sottobraccio. Un agente segreto al rovescio. Ascetico come può essere ascetico uno che veste come Borroughs. Colson Whitehead cammina. Ha l'aria di chi è stato in pace con se stesso è poi si è -prosaicamente- rotto i coglioni. "Vediamo di rimescolare un po' il mazzo". La partita immagino sia ancora in corso. E lui, Rick Moody. Uno dovrebbe evitare di raccontare certe cose di sé. Perché il problema poi, è che nessuno riesce più a guardarti senza cercare i segni di quello che ti è accaduto. Di quello che si sa che ti è accaduto. E' una piccola, costante forma di crudeltà autoinflitta. Metti a disposizione una lente che distorcerà la visuale su di te. Forse è quello che desideri. Forse vuoi che anche gli altri ci facciano i conti. Rick Moody ha un passato da alcolista. E la prima cosa, ma proprio la primissima che pensi guardandolo è: si vede. Lo osservi parlare con Marco Cassini che gigioneggia e ti pare quasi di vedergli in mano il bicchiere. La bottiglia prevedibilmente poggiata lì attorno. Legge seduto in una stanza un brano da "La più lucente corona d'angeli in cielo" mentre scorrono le immagini di Manhattan. ("Hank, beccati questa, sfigato sopravvalutato che non sei altro", penso). Moody potrebbe averlo disegnato Clowes, quello di "Ghost World". Un viso perfetto per essere ridotto a pochi tratti di pennarello. Netti, essenziali e tristissimi. Intervalla le frasi con un sorriso impercettibile, di un'amarezza infinita. Mentre legge schianta finestre e scardina porte. Giuro. Un casino. Quando parla è un concentrato di rammarico. Non è -solo- quello che dice. E' il come. Lo vedi malgrado tenga sempre la testa un po' bassa. O forse è che sai delle cose. Delle cose buie e scurissime come quelle che ha raccontato. Le stesse che non ti hanno fatto andare avanti dopo le prime pagine di "Rosso americano", quando hai chiuso il libro e lo hai lanciato sul letto e hai detto "Occhei, basta. Ora basta. Ognuno c'ha i suoi fantasmi e questi sono i miei. Piantiamola qui". Le stesse che ritrovi quando Cassini gli chiede dei Mets. Moody ha un berretto orribile. Prontamente sostituito comprandone uno da un ambulante. Racconta della sua passione per una squadra che perde sempre. Con uno stadio orribile, con una tifoseria sconsolata. Anche Lethem tifa per i Mets. Cassini gli chiede quale posizione occupino ora in classifica, se sono ultimi. Senza fare una piega, come fosse nell'ordine naturale delle cose, Moody risponde. "Sono penultimi, molto vicini ad essere ultimi".

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three days after we'll have revenge [Apr. 1st, 2005|06:23 pm]
[mood | silly]
[music |"Star Wars Theme"]

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(no subject) [Mar. 22nd, 2005|03:20 pm]
[mood | and beloved]
[music |the boy least likely to - "the best party ever"]

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"sembri perplesso.."

Juliet riesce a esercitare i suoi poteri esp anche coperta da una montagna di vestiti impilati in traballante successione. Juliet sa un sacco di cose che io ignoro. Juliet è il mio teddy bear. Juliet è un teddy bear femmina. Juliet sa davvero un sacco di cose che io ignoro.

quando convivi con lo stupore impari la presenza di alcune piccole, fondamentali circostanze ricorrenti. la prima è che ci sono poche persone disposte a credere a quello che ti capita. la seconda è che lo stupore procede in negativo e in positivo con la stessa ostinazione. sbaraglia i tuoi sentimenti e ti lascia ciondolante davanti a quello che accade paralizzandoti ugualmente in un'espressione che sia un sorriso o una contratta forma di delusione. niente mezzi termini. vuoi lo stupore? ecco(te)lo. la terza è che 'stupore' fa il paio con 'ingenuità'. senza una buona dose della seconda, scompare la possibilità di essere raggiunto dal primo. se poi riesci ad aggiungere una naturale propensione al dare quasi tutto per possibile, sei quello che alcuni definirebbero genericamente un 'soggetto potenziale'.

spesso -molto spesso- il termine più esatto è meraviglia. volendo sonorizzare la sensazione con qualcosa di molto somigliante si potrebbe utilizzare un flautatissimo wooosh. qualcosa che spazza l'aria davanti a te come una porta spalancata di botto dalla prima corrente invernale (o primaverile, dipende dai casi). ecco.
ultimamente io sono ulteriormente stupito. da tutto quello che mi accade. una sensazione di stupore incessante. accadono cose che fino a qualche mese fa avrei schedato con la velocità di un archivista alla voce fantascienza. e invece. desideri seppelliti e -ora, solo ora- riemersi morbidi e aderenti. una cosa complessa e bellissima che risponde al nome di 'idea di futuro'. il progressivo sgretolarsi di ogni impegno nel cercare -idiota cercare- di dare una versione scolorita ma presente di sé. versione prontamente sostituita dall'oggi al domani. sostituita tra l'oggi e il domani di una notte in cui qualcuno decide che il momento che stai vivendo merita che un tizio malmesso prenda uno stereo portatile da due soldi e ti faccia da dj ("happines") una notte in cui tutto accade senza il minimo sforzo, senza il minimo attrito, senza nessuna paura ("non avere paura di niente, perché niente ha paura di te", KHS). da allora ancora stupore ancora e ancora fino a cinque minuti fa, fino alle parole che scivolano e scivolano oggi per la prima volta da giorni e giorni senza sbriciolarsi prima di raggiungere le dita. parole che erano troppo delicate e precise per finire qui.

perché, rovescio della medaglia, bi-verso della questione, fronteretro della storiella, stupore in questi giorni è stato anche il post-it trovato ovunque mi voltassi su cui era scritto a chiare lettere di tratto-pen: "ti tocca imparare a difendere quello che ami". non basta scostarsi di poco, non basta il proprio modo di anteporre priorità e scelte. o meglio. basterebbe. ma -ennesimo stupore- bisogna difendere quello che si ama anche da chi -in misure diversamente (ben) calibrate- ami. pensatu. allora coraggio, forza e coraggio e un bel sorriso e ulteriore cura e attenzione. che qui il mondo pare impazzito e non certo perché gira come sempre gira a 45rmp. cura e attenzione per quello che ami e noccioline e patatine e frizzi e lazzi a tutto il resto.
vuoi lo stupore? ecco(te)lo.
eppure.

eppure si cresce e -ancora stupore- non si toglie. niente sottrazioni. non si procede in economia, niente chiavetta della riserva girata. vorrebbe dire, per me, vorrebbe dire aver perso. peggio: significherebbe aver accettato di essere in gara. peggio ancora: somiglierebbe a quella retorica da "I don't give a fuck" che tanto piace e riempie magliette e ritmi funkettosi e cuoricini feriti (in pen-ultima istanza: rancorosi). eppure si cresce e si aggiunge, piuttosto. si butta altro nel sacco, si sparpaglia in giro, si semina per il gusto di (ancora) stupirsi ancora quando è il momento di raccogliere. eppure si aggiunge, si cerca, ci si imbarca in idee e approdi, partenze e tentativi.

Juliet insiste:
"sembri perplesso..."

"hai ragione. forse è stupore."
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test this journal [Mar. 13th, 2005|10:23 pm]
test test test
mic check
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