| popislove ( @ 2005-05-04 11:49:00 |
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cose che (non) bisognerebbe sapere

[premessa partendo dal fondo: prima o poi la smetto di difendere i
nuovi narratori americani, la smetto di dire Foster Wallace è un genio,
la Homes ha un talento che fa schifo, Eggers c'ha più palle di tutti,
soprattutto di quelli che lo criticano e usano 'cazzo' come intercalare
nelle cose che scrivono (a me viene in mente quel capitolo del "Giovane
Holden" quando lui si preoccupa -guardare un metro oltre, ma l'avete mai davvero
letto Baricco che 'spiega' Salinger?- dicevo, quando lui si preoccupa
del fatto che la vecchia Phoebe possa andare al museo e leggere quella
parola..vabbè, insomma). Prima o poi la smetto, impazzisco e inizio a
regalare copie di "Verso Occidente l'Impero dirige..", di "Jack" e
buonanotte (Eggers no, tanto è una guerra persa: è come convincere
qualcuno che il più fico della scuola ascolta Cage e ha tentato tre
volte il suicidio. Non ti crederanno mai.
Deve pagarla, il bastardo. Che poi -subpremessa- pensavo che cose del
genere sono quelle che ti fregano davvero nella vita: l'evidenza che
siamo -occhei: quasi tutti- persone, altro che un concentrato di luoghi comuni sintetizzabili in profili comportamentali. Che i veri
stronzi li scovi più facilmente tra quelli con l'aria sfigata perché
hanno una cosa che manca agli altri, una roba che può renderti
spietato: il senso di rivalsa. Fine della subpremessa). Prima o poi
-dicevo- la smetto di difendere i NNA e -prima o poi- trovo una
spiegazione al fatto che le ultime due uscite con il bilinkato e la donna che ribattezzerei Kinch
finiscono con discorsi sul matrimonio e sulla coppia (tranne quando
sproloquio su SATC come simbolo della decadenza della figura femminile
occidentale, perdonatemi). Prima o poi forse riesco a evitare un
fenomeno strano ("disprassia visiva"
credo sia una definizione tanto assurda da risultare possibile) che mi
porta, come conseguenza ultima, a concentrarmi su un dettaglio e a
'leggere' quello che sto ascoltando/osservando, ultilizzandolo (il
dettaglio) come chiave di interpretazione. Risultato: collego cose che
non avrebbero nessuna (?) attinenza e deraglio pesantemente verso
conclusioni improbabili (ieri: la monocromia nel vestire è sintomo di
mancanza di confidenza col proprio corpo -?-). Prima o poi la smetto
anche di fare sempre premesse chilometriche. Soprattutto quando scrivo.]
A.M. Homes ha uno sguardo
inquietantissimo. Tanto è morbida e rassicurante fisicamente, così gli
occhi minuscoli e celesti sembrano quelli di una che pianterebbe un
coltello nello sterno con un gesto rapido e preciso. La vittima non
proverebbe dolore, piuttosto la sensazione spiacevole di avere qualcosa che non va
al centro del petto. Sommariamente, è l'effetto che produce la sua
scrittura. Il momento del film in cui sparano e quello bersagliato dal
proiettile realizza di essere stato colpito col ritardo che basta a
disegnargli uno stupore un po' idiota sul volto. Oh-oh...
A.M. Homes ha anche una bambina molto bella che
alla fine dell'incontro si ostina per offrire dell'acqua a tutti. Non è
capace di versarla. Pretende che il travaso bottiglia-bicchiere avvenga
automaticamente. Inclina entrambi e aspetta. Credo abbia preso dalla
mamma)
A.M. Homes (con LaBimbaZazie decidemmo all'epoca che AM stava per AnnaMaria, in italiano nel testo)
dice tra le altre cose che una delle differenze culturali tra Europa e
Stati Uniti è la scarsa confidenza degli americani con il proprio
passato. Le proprie origini. Non intervengo, ma avrei voluto dirle che
nell'espressione artistica (letteratura inclusa) penso sia un bene.
Probabilmente avrebbe risposto che abbiamo Calvino e Gadda e. Ecco, sì.
Sarebbe il caso di superare, però.
A.M. Homes a un certo punto guarda se stessa nel monitor. Stanno andando le immagini del capitolo di "Scrivere NewYork"
che la riguarda. Si osserva con un atteggiamento assolutamente bonario
misto a una sorta di stupore nel riconoscersi; quello che si riserva a
qualcuno che intuiamo di aver conosciuto anche se ci sfugge il
comequando. C'è un racconto ("Vivian Relf") dell'ultima, splendida
raccolta di Jonathan Lethem che parla proprio di questo. Due persone
che si incontrano ripetutamente nell'arco degli anni e non riescono a
dare una spiegazione all'impressione di conoscersi che hanno. Fanno
tutti i tentativi di rito (scuole, quartieri, amici in comune, viaggi)
eppure non ne vengono a capo. Eppure sono convinti di essersi già
incontrati.
A me -confesso- succede spesso. La frase che dico, quasi senza volere,
è: "ti conosco, ma non so perché" e dovrebbe farmi riflettere più di
quanto non.
Il racconto di Lethem prosegue descrivendo la
progressiva perdita di interesse dei due protagonisti per i reali
motivi del loro riconoscersi. Lei diventa sempre più distante ad ogni
nuovo incontro, lui trasforma la curiosità in ossessione. Il finale è
come una puntura di insetto che si sgonfia. Il prurito, sebbene
fastidioso, provoca piacere quando ci si gratta per farlo passare.
Ecco. Ho pensato che quello che scrive la Homes genera questo tipo di sensazione. In maniera riflessiva.
Leggendo le cose che scrive, sbucano idee e sentimenti che sono nostri,
che in qualche maniera riconosciamo. Di cui però non sapremmo dire con
troppa esattezza quando li abbiamo incontrati. Accade perché gli
elementi surreali della scrittura ci confondono (e sanno sorprenderci),
ma anche perché parlano di debolezze e limiti che forse maneggiamo con
difficoltà. Diventano luminosi per un attimo. Lo stesso che vale la
pena di fermare e a cui chiedere: "noi due ci conosciamo (anche se non
so -bene- perché)"